Il peso della farfalla 2023

Il peso della farfalla è la sfida di essere leggeri e costituire peso.

Iniziava così, più di un decennio fa, l’impresa di costituire una comunità di spettatori che, intorno al teatro e ai linguaggi dell’arte, trovassero una propria lingua, un proprio modo, nuovo e in comune, per  nominare l’esistente, leggerlo, provare a cambiarlo. Partendo da quella comunità sono stati tessuti fili di pensieri e di parole, emozioni e commozioni. Ogni anno un sottotesto, molte volte tacito, a intercettare le domande comuni di spettatori e artisti lontani tra loro ma vicini in una geografia emotiva che è paesaggio di bisogni e desideri, cadute e risollevamenti, vita. Il sottotesto di questa nona edizione è il rapporto con il potere, lo sfiancante tentativo di opporvisi, le sue subdole lusinghe, il dubbio di non esserne scevri.

1° capitolo, giugno 2023:

tre appuntamenti tra teatro, letteratura e filosofia a Prinz Zaum.    

Si vede che non era destino. Da Daniele Pietruccioli,  ed.Terra Rossa.  Con quattro spettatrici e un editore, Giovanni Turi.

Si vede che non era destino è un libro. Parla di Maria. Soprattutto di Maria, ma poi c’è Joshua, Giuseppe, Elena, gli amici di Joshua, una terra lontana aspra e dolce. E c’è la diversità, per condizione e per scelta. La donna più mite a cui siamo abituati a pensare è una diversa e lo sa, lo pratica, lo agisce. La donna di cui non abbiamo mai pensato la voce, parla. Pietruccioli ha scelto per lei delle parole che solo una donna può portare. Una donna semplice, comune. Per queste parole semplici Il peso della farfalla inizia il primo capitolo con le voci di quattro spettatrici, per condividerle con altri spettatori. Nessuna separazione tra palco e platea, ma un rito di condivisione. Se è vero che esiste una comunità, è da quella che vogliamo iniziare.

Stracci. Contro l’uomo medio. di e con Vittorio Continelli, collaborazione alla scrittura Riccardo Quacquarelli, produzione mo-wan teatro.

L’uomo medio è un mostro. Almeno questo afferma Orson Welles nei panni dello scontroso regista cinematografico che interpreta ne La ricotta di Pier Paolo Pasolini. Da questa affermazione partono una ricerca e un racconto in cui si intrecciano la sceneggiatura del film, le vicende del suo protagonista, un generico che tutti sul set chiamano Stracci, l’Italia degli anni ’60 e quella di oggi. Stracci ne La ricotta muore mentre interpreta il ruolo del ladrone nella Passione di Cristo. Muore per una indigestione. Morto de fame che mòre pe’ ‘r troppo mangna’. Stracci è l’ultimo tra gli ultimi raccontati da Pasolini, si muove con dimestichezza in un paesaggio periferico fatto di palazzoni in costruzione, di prati bruciati dal sole, di pecore al pascolo e di discariche a cielo aperto. Parla una lingua imbastardita, a tratti incomprensibile e vive di solo istinto. Sullo sfondo stanno le risate gracchianti e gli scherzi feroci dei colleghi. Sullo sfondo stanno la meraviglia e i colori delle tele del Pontorno che Welles/Pasolini utilizza per raccontare la Crocifissione. Sullo sfondo sta un mondo in cui ognuno balla il twist e cerca di sopravvivere come può.

Del potere. Da Il libro del potere di Simone Weil, con Lea Barletti, cura Barletti/Waas.

Lea Barletti, attrice e autrice rilegge Simone Weil. Rilegge le sue parole più lucide sul tema del potere, della guerra. Passa per Troia dove Greci e Troiani combattono, dove gli eroi combattono e trovano nell’utilizzo della forza l’unica risposta alle molte debolezze così pesanti da sopportare. Ma la forza, la violenza è la risposta più atroce e più debole. Trasforma tutto in materia inerte, non è capace di vedere. Pensa di essere una risposta e invece semplicemente tacita la domanda. Ancora oggi. Ancora accanto a noi.

2° capitolo, settembre-ottobre2023:

   

22 e 23 settembre ore 21, 24 settembre ore 18.30 - Auditorium Vallisa

Con le mani ... così lievi che sentivo dolore. Ispirato a Pentesilea di Heinrich von Kleist. Di e con Valentina Bischi. Testo Clarissa Veronico. Cura Santuzza Oberholzer. Costruzioni Nicola Socciarello. Ombre Manuela Trillo. Luci Max Mugnai. Produzione Punti Cospicui – Bischi, coproduzione Teatro dei Fauni - Cristina Radi– Locarno.

Una donna torna sui suoi passi, torna indietro perché ha perso qualcosa nella polvere, nella corsa, tra le frecce della guerra. Ha perso il suo diario e il suo destino. Non sa più leggere i segni della vita sulla sua mano. È una guerriera, questo ancora lo sa. Viene dalle sponde del Mar Nero, lì dove ancora giocava sulla sabbia, lì dove ancora rideva prima che, prima di ... C’è un prima nella sua memoria e quello che è venuto dopo non è più riuscito a ricomporsi. Lei è Protoe, guerriera e compagna di Pentesilea, regina delle Amazzoni. Ha visto la guerra gioiosa del suo popolo di donne libere andate a Troia a conquistare i migliori eroi per condurli a Temiscira, dove la festa delle rose celebrerà l’amore. Ha visto la sua regina inseguire Achille. Li ha visti illuminarsi, amarsi, promettersi. E poi? Poi il destino ha inciampato in una piega del cuore. Pentesilea ha provato a cambiarlo e ora le linee della mano non parlano più. Ha provato a cambiarlo e tutto è crollato, esploso. Le schegge non si ricompongono. Nello spazio intimo della memoria di Protoe, andiamo anche noi sul Mar Nero, poi a Troia in guerra, in una tenda tra parole d’amore sussurrate, e poi più giù, nelle pieghe di un mito che racconta di dono e di possesso, di fiducia e tradimento, di libertà. Heirich von Kleist ha scritto una delle più belle versioni del mito di Pentesilea. Con le mani così lievi che sentivo dolore lo riscrive, nelle parole e nella scena perché ci somigli, perché racconti un conflitto che è dentro di noi, che sorridendone, ridendone, ancora ci lacera. Valentina Bischi contamina i linguaggi del teatro, la narrazione mnesica con il presente onirico, la relazione con gli oggetti di scena con la proiezione di ombre inafferrabili, l’interpretazione con il Cunto, per officiare un rito che non ha redenzione finale. Una vicenda privata e collettiva che da millenni racconta l’incontro tra due visioni, tra due grammatiche della vita introiettate in un sistema patriarcale in cui la lingua di qualsiasi controproposta ci costringe a balbettare. https://www.youtube.com/watch?v=9xC49wQGVv8

dal 24 al 28 settembre - laboratorio

MAP Museo degli Amori Perduti. Un progetto di narrazione nel tempo
a cura di Valentina Bischi.

Esiste un luogo nell’est che affascina gli amanti e che si chiama MUSEO DELLE RELAZIONI PERDUTE. Qui le ex coppie arrivano da ogni parte del mondo per provare a cercarsi e a ritrovarsi, provando a chiedersi cosa tenere delle macerie di un amore finito, della nostalgia, della tenerezza. Nel tempo questo luogo è diventato un'esposizione d’arte che raccoglie tutti gli oggetti donati di amori perduti, commiati e a loro volta segni di rinascita.

Se questi oggetti parlassero, cosa racconterebbero? Come? Sarà questo il filo conduttore del nostro laboratorio, che ci aiuterà a tracciare le narrazioni individuali verso una narrazione collettiva, come una mappa da seguire: MAP. Il laboratorio è aperto a tutti, non si tratta infatti di approfondire o indagare tecniche teatrali, bensì di ritrovare, insieme, l’antica arte della narrazione, mettendosi nella condizione di disponibilità e ascolto.

29 e 30 settembre ore 21 - Chiesa di San Gaetano

Parla, Clitennestra! un'eterna tragedia, in versi. Testo Lea Barletti. Con Lea Barletti e Gabriele Benedetti, regia: Werner Waas. Produzione Barletti/Waas con il sostegno di Florian Metateatro e Consorzio Altre Produzioni Indipendenti.

Perché Clitemnestra? Perché scrivere e mettere in scena un testo ispirato a questo personaggio in fondo “minore” della tragedia greca? Clitemnestra è uno dei tanti “danni collaterali” della gloriosa Storia degli uomini, nello specifico la guerra di Troia, con i suoi eroi (maschi) perdenti o vincenti che siano, le sue vittime sacrificali (donne, bambini) che assurgono agli onori di quella stessa storia grazie al proprio sacrificio. Clitemnestra non merita che le si intitoli una tragedia, una storia a sé. E' nota prima come moglie fedifraga e assassina di Agamennone, poi in quanto vittima del matricidio che il figlio Oreste compirà per vendicare la morte del padre. E la sua storia? Non pervenuta. Abbiamo dunque scelto di far parlare Clitemnestra. Intrappolata in un ruolo, in un nome, in un personaggio, Clitemnestra cerca un'altra via, un'altra possibile rappresentazione di sé stessa come parte della società, un'altra storia. Cerca di cambiare la narrazione del (e dal) femminile. Il suo antagonista, Agamennone, è anche lui intrappolato in un ruolo, in un nome, in un personaggio.  Fin quando Clitemnestra e Agamennone non deporranno definitivamente le maschere insite nei propri nomi, nessun dialogo sarà possibile: questa è l’unica certezza cui, nel nostro spettacolo, attraverso un percorso pieno di dubbi e domande, giungerà Clitemnestra. E Agamennone? (Lea Barletti)

6 e 7 ottrobre ore 21 - Chiesa di San Gaetano

P come Penelope di e con Paola Fresa in collaborazione con Christian Di Domenico. Supervisione registica Emiliano Bronzino. Scene e costumi Federica Parolini. Produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri, Fondazione TRG Torino.

La domanda dalla quale siamo partiti è chi è Penelope oggi. Una donna che aspetta per anni un uomo che non sa dire se sia vivo o morto, di cui riceve nel tempo informazioni frammentarie, più vicine al “si dice” che alla realtà dei fatti. Una madre che cresce da sola un figlio che, a sua volta, non ha mai conosciuto il padre e che, nutrito dal suo ricordo, si appresta a diventare un uomo. “Penelope” vuol dire anatraccola, con esplicito riferimento a quell’episodio dell’infanzia del personaggio secondo cui la futura moglie di Ulisse fu vittima di un tentativo di affogamento da parte del padre. Nell’interpretazione che della vicenda nota si vuole dare, questo accadimento fa della nostra Penelope un personaggio traumatizzato. In uno spazio chiuso, asettico, come un laboratorio di analisi, mettiamo sotto il microscopio l’iconica storia di Penelope, cerchiamo di restituire alla figura universale del mito il suo sguardo negato, quello della donna che l’ha subito-vissuto, riconoscendo così una funzione attiva nella narrazione della sua vita. La nostra P, bloccata in questo spazio si racconta ricostruendo il suo passato e immaginando il suo futuro. P ripercorre la sua esistenza segnata dal rapporto con il padre, trascorsa aspettando un uomo che non è mai tornato, interrotta per un figlio che, una volta cresciuto, ha scelto di non aspettare e di partire. La chiave ironica con cui affrontiamo queste tematiche universali, riporta immediatamente l’indagine intorno al nostro vivere contemporaneo, restituendoci un’educazione sentimentale al femminile che vuole mettere al centro la ricerca della felicità.